Iniziò più di un secolo fa: Lidia Poet, ormai conosciuta come “la prima donna Avvocato”, intraprese una battaglia rimasta nella storia. Le ragioni poste a base della specifica esclusione della donna dall’esercizio di una professione intellettuale, venivano assimilate in una serie di pregiudizi quasi imbarazzanti: si sosteneva che frivolezza e vanità (tipiche del genere) non potevano essere compatibili con l’impegno nello studio, oppure che tali “eccessi” nella applicazione del lavoro, avrebbero comportato tormenti ed esaurimento nervoso, tali da provocare alienazione e sconsideratezza mentali.
